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IO PRETENDO DIGNITÀ
Donne diversamente uguali
La cultura deve r-esistere Stampa l'articolo
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Lunedì 20 Settembre 2010 13:45
Intervista a Monica Pepe, presidente di zeroviolenzadonne onlus
Elena Ribet
(Tratto da Noi Donne)

Nel panorama italiano attuale, è indispensabile che le associazioni e i gruppi delle donne trovino il modo di essere un soggetto politico?
Partiamo da questa considerazione: agli uomini non è mai stato richiesto di essere un soggetto politico unico su questioni che li riguardassero personalmente o su questioni individuate “a partire da sé”. Anche gli uomini si dividono, si frammentano come meglio credono, nella politica e altrove.
Detto questo, c’è da sottolineare che le donne, quando storicamente sono riuscite insieme a portare avanti battaglie e obiettivi politici comuni, hanno ottenuto grandi risultati. E questo lo dimostra la storia.
La situazione attuale è molto più complessa perché, se da una parte è vero che le donne hanno ottenuto maggiori spazi (in termini di opportunità e di diritti), è anche vero che d’altra parte continuano a subire pressioni retrive. Non siamo più solo nelle case, ma l’immaginario collettivo culturale ci rinchiude in modelli e ruoli che rappresentano le nostre gabbie oggi.

La frammentazione rappresenta l’unico problema? O c’è dell’altro?
Esistono visioni molto diverse su come migliorare la condizione delle donne nella società. Prendo atto che la frammentazione c’è anche perché non è stata trovata né una modalità nuova né una capacità politica di fare fronte comune.
Ma questo si comprende bene analizzando il momento sociale e politico complessivo di arretramento culturale dell’Italia. Siamo nel cuore di un modello consumista molto becero e molto poco indagato a livello di dibattito pubblico e culturale. Questo modello ha impoverito le persone prima a livello mentale e ora anche nel lavoro, quindi materialmente. I “beni” quali sono? Cosa intendiamo quando pensiamo alla “ricchezza”? Vedo chiaramente che le relazioni tra donne, e in generale tra le persone, subiscono questo stato di cose.

 
La lotta alle discriminazioni e la lotta alla violenza contro le donne potrebbero essere temi validi per costruire strategie comuni?
Ci sono associazioni che ritengono di non dover dialogare con le istituzioni, chi al contrario non solo ritiene giusto interfacciarsi con loro, ma pensa che le istituzioni avrebbero il dovere di intervenire. Le donne uccise nel nostro paese “civile” sono tante, troppe. Ma anche su questo ci sono analisi, prospettive e modalità differenti di intervento. Le difficoltà aumentano se si parla di discriminazioni, di rappresentanza politica, di disoccupazione e lavoro.

Ci sono margini di speranza?
Sì. Il fatto che ci siano donne che continuativamente fanno attività politica, culturale, di controinformazione, sul territorio, da nord a sud, dimostra che sempre e comunque le donne hanno capacità politiche e culturali enormi. Laddove siamo sempre più oppressi da un potere politico e un sistema mediatico persecutori, è questa azione delle donne la vera “rete” che ci può salvare. Solo le persone in carne e ossa possono farlo. Se questa attività resiste è un segno distintivo della nostra forza.

Cos’è il progetto Zeroviolenzadonne.it?
Zeroviolenzadonne è un progetto animato da un grande spirito di servizio, nato nel 2009 per diffondere un punto di vista diverso sulla relazione tra donne e uomini. La necessità di rileggere criticamente i media, di selezionare e orientare l’informazione sulle questioni di genere e su qualsiasi forma di discriminazione, ci ha incoraggiato a continuare. I risultati sono molto positivi. C’è una volontà delle persone di capire e di cambiare il proprio piano di riflessione, di non essere passivi rispetto ai messaggi della comunicazione di massa. Progetti di questo tipo possono sopravvivere soltanto grazie al contributo di persone e gruppi che credano a un’operazione di “spostamento culturale”. La Tavola Valdese è uno dei soggetti che ci ha appoggiato fin dall’inizio.

www.zeroviolenzadonne.it



 
altre iniziative di gruppi e associazioni di donne


UN FORUM PER IL FUTURO
Sostenuto dall’AFFI (Associazione Federativa Femminista Internazionale) e dall’Associazione Alma Cappiello, questo progetto intende costituire un forum di tutte le associazioni e i gruppi che stanno già lavorando sui temi della cittadinanza politica, dell’economia, del lavoro, dei diritti sociali delle donne, della democrazia paritaria, senza trascurare il tema della rappresentazione del corpo nei media. Il percorso continuerà nelle prossime settimane. Sono moltissime le realtà che condividono questa grande volontà di cambiamento. Mettiamole in rete, insieme.
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DI NUOVO… “Libere”!
“Nel campo del lavoro, del welfare, della maternità, del sistema dei media, nelle rappresentanze istituzionali si verificano scarti talmente forti tra principi e realtà che la libertà rischia di continuo”. La pensano così le donne del gruppo “Di nuovo”, che ha prodotto un documento e lo spettacolo teatrale “Libere” di Cristina Comencini, regia di Francesca Comencini, con Lunetta Savino e Isabella Ragonese. Nell’atto unico, due donne di generazioni diverse cercano di dialogare sui temi cari al femminismo. Con uno sguardo al futuro.
Info: http://dinuovodinuovo.blogspot.com
 


DIVERSAMENTE UGUALI
Mentre la convenzione del'ONU sui diritti delle persone con disabilità richiama fortemente l'attenzione sulla discriminazione della donna disabile e sui minori, i mass media ignorano il problema. Serve un luogo dove discutere della disabilità al femminile, delle discriminazioni, dell’affettività, dei ruoli di madre, moglie, componente della famiglia e della società. Nasce così il gruppo donnediversamenteuguali: “perché noi vogliamo essere uguali anche se diverse”.
Info: http://www.mrd.joomlafree.it
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ELEZIONI: MAI PIÙ SENZA DONNE!
Un gruppo di esperte lancia un appello per invitare le regioni ad adottare la doppia preferenza di genere nelle rispettive leggi elettorali. L’appello, rivolto ai Ministri delle Pari Opportunità, degli Affari Regionali e al Presidente della Conferenza Stato Regioni richiama l’attenzione sul principio della democrazia paritaria (pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive di uomini e donne), supportato dal riconoscimento della legittimità costituzionale della legge elettorale della Regione Campania. Obiettivo: l’adozione di un provvedimento che promuova l’inserimento di norme analoghe da parte delle Regioni in ottemperanza all’articolo 117 della Costituzione.
Prime firmatarie: Daniela Carlà, Annamaria Parente, Marisa Rodano
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(13 settembre 2010)
 
 
La città che uccide le donne Stampa l'articolo
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Giovedì 29 Luglio 2010 22:02

La città che uccide le donne

Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità

Ilaria Biancacci per “Limes


La storia che vi voglio raccontare viene
da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne.

La mia storia inizia in una città di confine, Ciudad Juàrez, inizia all’inferno. Questa città si trova nello stato del Chihuahua: un muro, un’area di contenimento creata alla fine degli anni ‘60 per bloccare l’emigrazione messicana. Qui si sono stanziate le persone che non hanno potuto o voluto varcare la “frontiera della speranza”. A Ciudad Juàrez ogni giorno arrivano dall’interno del paese centinaia di ragazze alla ricerca di un lavoro. Ragazze sole, indifese, che spesso diventano vittime di una delle storie di violenza di genere più orribili e inascoltate dei nostri tempi. “Gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez, continuano. Sono già più di 460 le donne assassinate e più di 600 quelle scomparse dal 1993.”

La maggior parte delle vittime ha tra i 15 e i 25 anni. Sono donne emigrate a Ciudad Juàrez per lavorare nelle maquilladoras, le industrie di montaggio delle centinaia di imprese americane ubicate lungo la frontiera. Queste imprese assumono preferibilmente giovani donne, spesso minorenni, perché considerate manodopera docile, meno consapevole dei propri diritti e meno propensa a farli valere, così come più adatta a tollerare il lavoro minuzioso, noioso e alienante e ad accontentarsi di salari bassissimi. Come se questa condizione di marginalità e discriminazione non bastasse, le ragazze devono correre un rischio quotidiano: quello di essere sequestrate, violentate, uccise durante l’interminabile tragitto che percorrono andando o tornando dalla fabbrica.

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Femminicidio = violazione dei diritti fondamentali delle donne Stampa l'articolo
Scritto da Administrator   
Sabato 24 Luglio 2010 21:47
Femminicidio = violazione dei diritti fondamentali delle donne
di Barbara Spinelli

 
Il 18 dicembre 2009 la CEDAW, la prima Convenzione specificamente rivolta alla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, ha compiuto 30 anni. Anche il 2010 si conferma un anno importante, perchè si celebra il quindicesimo anniversario dall'adozione della Piattaforma di Pechino, che rappresenta anch'essa una pietra miliare nel cammino per il riconoscimento dei diritti delle donne.
In questi decenni, numerose sono state le conquiste ottenute dalle donne di tutto il mondo invocando il riconoscimento dei principi affermati nelle Convenzioni internazionali e sanciti nella Piattaforma di Pechino.
Si è arrivati a riconoscere che ogni forma di discriminazione e violenza nei confronti della donna, per la sua appartenenza di genere, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della Persona.
Tuttavia, i dati sulla violenza di genere e sulla posizione delle donne nella società ci ricordano che ancora molto resta da fare per rendere effettivo il godimento di questi diritti da parte delle donne.
Nell'aprire i lavori della CSW tenutasi nel marzo 2010 a New York, il Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Alì Abdussalam Treki, ha sostenuto che la violenza di genere resta il crimine più comune, più ignobile e meno punito al mondo.
Le parole del Presidente assumono un valore particolare oggi che, a 30 anni dalla adozione della CEDAW, risulta un dato acquisito e universalmente condiviso che la discriminazione e la violenza di genere rappresentano una violazione dei diritti fondamentali delle donne.
Se prima infatti la violenza maschile sulle donne veniva considerata un fatto privato, e lo stato di sottomissione ed esclusione sociale delle donne veniva giustificato o tollerato istituzionalmente come espressione della tradizione o di un credo religioso, con la ratifica della CEDAW gli Stati membri hanno riconosciuto che la discriminazione e la violenza sulle donne sono problemi strutturali, esito della manifestazione di un potere relazionale storicamente diseguale tra uomini e donne.
Ratificata da ben 186 Stati, la CEDAW ha fatto ingresso negli ordinamenti giuridici interni della maggior parte dei Paesi del mondo con valore di fonte giuridica primaria, produttiva di obblighi giuridici e vincoli istituzionali per gli Stati.
L'art. 1 della CEDAW offre una definizione onnicomprensiva di discriminazione di genere, che include qualsiasi atto che comporti la esclusione o la limitazione del godimento o dell'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali della donna proprio per la sua appartenenza al genere femminile.
Riconoscere che ogni diverso atto di discriminazione o di violenza sulle donne costituisce una violazione dei diritti fondamentali della donna, è sicuramente una affermazione di principio di grande importanza, in quanto crea una connessione tra forme di violenza apparentemente assai lontane e diverse tra loro, come le mutilazioni genitali femminili, i delitti d'onore, la violenza economica, il mobbing sul lavoro, gli atti persecutori, accomunandole tutte come violazioni dei diritti fondamentali subiti dalle donne del mondo in quanto donne.


CONTINUA A LEGGERE:

http://femminicidio.blogspot.com/2010/07/il-femminicidio-e-una-violazione-dei.html

E ANCHE:

http://femminicidio.blogspot.com/2010/04/in-ricordo-di-grazia-gioviale-vittima.html

 
 
La pillola cinquanta anni dopo Stampa l'articolo
Scritto da Administrator   
Mercoledì 21 Luglio 2010 21:36

Nella storia dell'umanità nessun farmaco ha avuto lo stesso impatto sociale della pillola anticoncezionale
Stefania Friggeri

"Non ha alcun diritto di essere tollerata dall'autorità civile quella chiesa che sia fondata sul principio che tutti coloro che vi entrano passano per ciò stesso sotto la protezione e al servizio di un altro sovrano. Che altrimenti il magistrato lascerebbe adito all'insediarsi d'una autorità straniera nel proprio paese".
Queste le parole di John Locke (1632-1704), parole profetiche per il nostro paese dove il Vaticano ricorda ai parlamentari il dovere di seguire le indicazioni del magistero (vedi la legge 40, i Dico ecc.) e raccomanda a ginecologi, infermieri e farmacisti di avvalersi dell'obiezione di coscienza per non rispondere alle richieste delle donne che fanno, o hanno fatto, l'amore per puro piacere, lontane da una "maternità sana". Donne cioè che aspettano il momento giusto, l'uomo giusto, che vedono nel figlio una tappa fondante della loro identità e del loro progetto di vita.
Questo profondo mutamento dell'idea di maternità (non un destino ineluttabile ma una scelta e un altissimo investimento) lo dobbiamo alla pillola anticoncezionale, la pillola messa a punto da Pincus esattamente 50 anni fa negli USA dove fu poi caldamente sponsorizzata dalle associazioni femministe, a partite da quella fondata da Maragaret Sanger, la cui madre fu uccisa dai postumi di 18 gravidanze in 22 anni.
La pillola arrivò in Europa nel 1961, ma in Italia, essendo ancora in vigore l'art. 553 del Codice Penale che puniva col carcere chiunque facesse propaganda o incitasse pubblicamente a pratiche contro la procreazione, era prescritta come farmaco contro il ciclo irregolare, l'osteoporosi l'acne e simili. L'articolo 553, che accoglieva lo spirito clerico-fascista, venne poi abrogato dalla Corte Costituzionale nel 1971 dietro le pressioni del movimento femminista che, in quegli anni di fermento sociale, mobilitava le donne a scendere in piazza per affermare i loro diritti.
In lotta contro una cultura provinciale, patriarcale, incapace di disfarsi degli arcaismi misogini, una cultura che nella separazione fra attività sessuale e attività riproduttiva vedeva giustamente l'avvento di una rivoluzione sessuale, e dunque una rivoluzione sociale.
Infatti nella storia dell'umanità nessun farmaco ha avuto lo stesso impatto sociale della pillola: la donna, conquistata la libertà del proprio corpo, non solo ha potuto riformulare il rapporto col partner in termini di parità (anche se il partner era più soddisfatto della possibilità di fare sesso senza rischiare di dovere poi sfamare un pargolo, che non della libertà conquistata dalla compagna), ma ha potuto anche aspirare a nuovi traguardi professionali. 

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Commento a "Questioni giuste ma limitative" Stampa l'articolo
Scritto da Marisa Nardi   
Mercoledì 21 Luglio 2010 21:19
di Marisa Nardi da Noi Donne

Ho molto apprezzato la possibilità offerta da questa rivista di intervenire in un dibattito così costruttivo e interessante e, in quanto donna, e in particolare, in quanto donna disabile, avverto l'estrema necessità di confrontarmi con tutte le donne e, soprattutto con quelle impegnate politicamente e socialmente, perchè ritengo assolutamente importante un confronto e un dialogo intensi e approfonditi sui vari temi che riguardano la donna, i suoi diritti, le sue opportunità, gli strumenti per ottenerli e renderli veramente fruibili.
Come giustamente scrive la master della lista donne diversamente uguali, emanazione del Movimento Rinnovamento Democratico disabili, loro famiglie e cittadini solidali, per il rinnovamento e la democrazia, lista alla quale io sono iscritta, i disabili, e in particolare le donne disabili, maggiormente sensibili alla discussione in merito ai loro problemi, ma anche a quelli generali della società in cui viviamo, occorre in maniera ormai improrogabile, che i disabili di ogni tipo, da quelli sensoriali a quelli intellettivi e relazionali, divengano protagonisti delle loro battaglie in difesa dei loro interessi, che rendano visibile la loro disabilità, affinchè tutti i cittadini, le istituzioni, gli enti preposti alla gestione dei servizi di assistenza, possano valutare seriamente e serenamente le necessità e le esigenze di coloro che troppo spesso vengono trascurati, emarginati, isolati dal mondo circostante.
Tuttavia, per ottenere questo risultato, non bastano e non servono le parole, ma occorre una presa di coscienza da parte di tutti che i disabili non sono un peso per la società, come il ministro Tremonti ha cercato di inculcare nell'opinione pubblica; sono, invece, una risorsa, perchè, anche i disabili possono contribuire in maniera efficace e positiva nello sviluppo e nel progresso della nostra società, ormai priva di valori etici, culturali e sociali.
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