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Il doppio stigma delle MGF Stampa l'articolo
Scritto da Administrator   
Lunedì 04 Gennaio 2010 09:51
Più di seimila le donne in Italia che hanno subito le mutilazioni genitali femminili
Angela Ammirati
(fonte: noi donne)

In Italia una legge le vieta, ma il rapporto Unicef del 2005 ne registra più di 6 mila casi.
Sono le Mgf, acronimo coniato dall'Oms che indica le varie forme di intervento a carattere riduttivo o estensivo dei genitali femminili praticate in alcuni paesi africani e asiatici e in maniera clandestina in Europa e in America.
Il fenomeno è molto più complesso di quanto i media tradizionali e i governi occidentali tentino di ridurre. Si tratta sì di un segno indelebile sul corpo femminile imposto dalla cultura patriarcale, ma anche di una pratica profondamente radicata nel tessuto sociale, legittimata spesso dalle donne che la praticano, in quanto rito di passaggio dall'età adulta che conferisce loro lo status sociale e la garanzia di appartenenza alla comunità.
Le donne che non si sottopongono alle Mgf, in alcune comunità, sono considerate impure o non possono sposarsi. In altre comunità è un elemento di onore per tutta la famiglia. Un mezzo di integrazione sociale e di correzione del corpo declinato dall'Occidente "Civilizzato" superficialmente come un paradigma di inferiorità e subalternità della donna africana; pregiudizio che nel passato è costato il fallimento di campagne informative e di sensibilizzazione sia in Africa che in Europa.

Estraneo a questa logica etnocentrica e imperialistica è "Corpi Consapevoli; MGF e integrazione nello stato di diritto", progetto di ricerca e di contrasto del fenomeno, finanziato dal Dipartimento delle Pari Opportunità e presentato lo scorso 25 settembre a Roma presso il Rettorato dell'Università di "Roma Tre".
Il progetto che ha visto la partecipazione di numerosi partner, tra cui "Isstis", ente capofila, l'Università di "Roma Tre" e "Be Fre", cooperativa sociale, contro le tratta, le violenze e le discriminazioni, si colloca in una prospettiva interculturale tesa attraverso incontri con le migranti a costruire un dialogo tra donne africane e donne italiane, superando ogni "universalismo culturale".
Perché - come si legge nelle finalità del progetto - sulle donne che vivono l'esperienza delle Mgf agisce un duplice marchio: quello imposto dalla loro cultura di appartenenza e quello delle donne occidentali che in nome dell'emancipazione femminile stigmatizzano le donne africane e asiatiche come "alterità" e subalternità da educare e civilizzare, ignorando troppo spesso che anche l'Occidente ha sviluppato forme massicce di assoggettamento che si manifestano nella violenza domestica, nella mercificazione del corpo femmnile e nelle operazioni di chirurgia estetica per ringiovanire la vagina, cui moltissime donne ricorrono.
Da questa consapevolezza è maturato il progetto che ha utilizzato le interviste come strumento di riappropriazione della parola delle migranti e come pratica di sospensione del giudizio per chi si posiziona come interlocutrice.
Non solo, "Corpi consapevoli" ha dato vita anche ad un dvd che raccoglie le testimonianze delle migranti, un libro, frutto di due anni di ricerca, e un opuscolo illustrativo della giurisprudenza italiana e internazionale relativa a questo tema per offrire alle donne coinvolte un panorama esaustivo sui loro diritti.
Dalla ricerca emerge tutta l'impreparazione e l'inadeguatezza dei paesi ospitanti nell'affrontare questo problema: l'ignoranza nel ritenenere le Mfg una pratica legata alla religione musulmana (contrariamente a quanto si pensa la pratica è osservata anche da ebrei, cristiani e ad animisti); il disagio provato, come dimostrano le testimonianze, dalle donne in circostanza di una visita ginecologica, esacerbato dall'atteggiamento "presupponente" degli italiani; la resistenza di molte africane a lasciarsi intervistare, causata da una forma di stanchezza radicatasi nel tempo ed esasperata dalle innumerevoli richieste di questo tipo, da parte di attrici, politiche, giornaliste, studiose e associazioni non sempre predisposte all'ascolto; l'ipocrisia delle tante voci che si sono sollevate contro le MGF (in quanto violazione fisica e simbolica del corpo delle donne) tacendo su proposte di legge che vorrebbero impedire ad immigrati privi di permesso di soggiorno di accedere a cure sanitarie.
Non ultima l'ottusità della stampa tradizionale che liquida il fenomeno semplicemente come barbaro, tribale, oscurantista, primitivo e incivile, fomentando quello scontro di civiltà cristalizzato in gruppi di donne che provengono dalla cultura occidentale e quelle che hanno subìto la tradizione che mutila i loro corpi.
Semplificazioni che ignorano quanto le donne di tali paesi siano state, e siano, soggetti di storia e di cambiamento e quanto l'essere donna, in questi paesi, non sia solamente da considerarsi come elemento di oppressione ma, anche e prima di tutto, un soggetto che è in grado di farsi e di liberarsi da sé.