Home Donne diversamente uguali La città che uccide le donne
Amnesty International 
IO PRETENDO DIGNITÀ
La città che uccide le donne Stampa l'articolo
Scritto da Administrator   
Giovedì 29 Luglio 2010 22:02

La città che uccide le donne

Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità

Ilaria Biancacci per “Limes


La storia che vi voglio raccontare viene
da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne.

La mia storia inizia in una città di confine, Ciudad Juàrez, inizia all’inferno. Questa città si trova nello stato del Chihuahua: un muro, un’area di contenimento creata alla fine degli anni ‘60 per bloccare l’emigrazione messicana. Qui si sono stanziate le persone che non hanno potuto o voluto varcare la “frontiera della speranza”. A Ciudad Juàrez ogni giorno arrivano dall’interno del paese centinaia di ragazze alla ricerca di un lavoro. Ragazze sole, indifese, che spesso diventano vittime di una delle storie di violenza di genere più orribili e inascoltate dei nostri tempi. “Gli omicidi di donne a Ciudad Juàrez, continuano. Sono già più di 460 le donne assassinate e più di 600 quelle scomparse dal 1993.”

La maggior parte delle vittime ha tra i 15 e i 25 anni. Sono donne emigrate a Ciudad Juàrez per lavorare nelle maquilladoras, le industrie di montaggio delle centinaia di imprese americane ubicate lungo la frontiera. Queste imprese assumono preferibilmente giovani donne, spesso minorenni, perché considerate manodopera docile, meno consapevole dei propri diritti e meno propensa a farli valere, così come più adatta a tollerare il lavoro minuzioso, noioso e alienante e ad accontentarsi di salari bassissimi. Come se questa condizione di marginalità e discriminazione non bastasse, le ragazze devono correre un rischio quotidiano: quello di essere sequestrate, violentate, uccise durante l’interminabile tragitto che percorrono andando o tornando dalla fabbrica.

Si parla di femminicidio per descrivere questo vero e proprio genocidio di genere, perpetrato in ragione del fatto che sono donne e non hanno alcun potere nella società. Il femminicidio rappresenta l’espressione di una problematica più ampia che riguarda una città di frontiera coinvolta in fenomeni quali il passaggio di migranti, il narcotraffico, lo sfruttamento dei lavoratori e la negligenza delle istituzioni. La violenza di genere si inserisce in un contesto sociale, politico e culturale miserabile. Le donne, ancora una volta pagano il prezzo più alto, in questo mondo fatto di differenze e discriminazioni sino all’estremo di essere private persino della vita!

Il lavoro, diritto fondamentale per tutti gli uomini e le donne, diventa una trappola mortale. Tante, tantissime e soprattutto giovani, hanno pensato di poter trovare uno spiraglio per la loro povera esistenza nelle maquilladoras incontrando invece violenza, atroci torture ed infine quasi sempre la morte.

I salari nelle maquilladoras non superano in media i quattro dollari al giorno per dieci ore di lavoro, un classico esempio di città globalizzata, dove non può sorprendere il fatto che molte ragazze scompaiano all’alba o di notte, all’uscita dal lavoro e anche in pieno giorno senza che nessuno se ne voglia rendere conto e prendere carico perché nulla in quella città è destinato a soddisfare i bisogni primari dell’individuo, ma solo a garantire un profitto. Sono povere, non istruite, pagate miseramente. Sole, senza alcuna rete di protezione e totalmente impreparate alla vita in una metropoli, così diversa dai piccoli villaggi in cui sono nate, diventano vittime perfette.

Ciudad è uno dei posti più pericolosi del mondo per le donne, motivo per il quale i messicani l’hanno soprannominata “città che uccide le donne”: da 17 anni è teatro di centinaia di femminicidi e non si conoscono i nomi dei colpevoli. Il copione seguito da questi killer si ripete secondo uno schema macabro e preciso: rapimento, tortura, violenza sessuale, mutilazioni, strangolamento e abbandono in discariche o fosse. Si scoprono continuamente, nei quartieri più poveri e isolati della città, corpi nudi, martoriati e sfigurati di adolescenti e bambine. Il bilancio, sconvolgente, è di due vittime al mese. Solo nel 2007 sono stati registrati 70 omicidi. Per non parlare delle oltre 800 donne ancora scomparse e mai più ritrovate.

Sono numerose le ipotesi sull’identità degli assassini. Si è parlato di narcotraffico, di riti satanici, di commercio di organi, di cittadini statunitensi mandati in Messico in regime di semi libertà. Alcuni sostengono che le ragazze siano vittime di video porno amatoriali che terminano con la morte della protagonista (snuff movies).

Dal 1993 ad oggi ci sono stati 18 arresti e dieci condanne, ma non sono mancate le scarcerazioni, e non si è certi della colpevolezza degli arrestati. Le parole d’ordine sono impunità, discriminazione e indifferenza. In Messico la violenza sulle donne è considerata un fatto normale, e i 400 omicidi di giovani ragazze hanno più o meno la rilevanza che in Italia potrebbe avere l’avvelenamento di 400 cani randagi.

La carneficina continua, senza che le autorità messicane riescano (o vogliano?) identificare i responsabili. Le indagini compiute sono superficiali e inadeguate. Spesso e volentieri si ricorre alla tortura per estorcere confessioni a persone innocenti, o per assicurarsi l’appoggio della popolazione e mascherare le evidenti mancanze.
Alcuni casi sono stati riposti con cura nel dimenticatoio lasciando le famiglie nell’illusione di un possibile ritorno della figlia.
Le autorità puntano il dito contro le giovani donne accusate, ingiustamente, di istigare i killer con i loro abiti scollati e il trucco provocante.La mancanza di volontà delle autorità, sia del governo dello stato del Chihuahua sia delle istanze federali, di assumersi la piena responsabilità di riconoscere le dimensioni di questi assassini ha lasciato la popolazione di questo paese senza la dovuta protezione.

Il corpo di Marcela Viviana Rayas fu scoperto il 28 maggio del 2003 in una zona disabitata e periferica della città di Chihuahua. Secondo le informazioni raccolte, la ragazza fu vista per l’ultima volta il 16 marzo dello stesso anno in città. I familiari la cercarono, senza successo, fin dal primo giorno. Presentarono un ricorso alla Procura Generale della Giustizia dello Stato di Chihuahua denunciando il caso come un sequestro. Per le autorità non c’erano prove di un effettivo rapimento della ragazza e abbandonarono il caso. La famiglia chiese spiegazioni allo stato ma non ottenne nessun chiarimento e nessun’informazione al riguardo. Quasi tre mesi dopo Marcela fu trovata morta.

Questa è solo una delle 400 storie. E’ solo un esempio dell’ignoranza e della noncuranza dello stato messicano. Purtroppo però tutte le storie si assomigliano, e nessuna famiglia otterrà mai giustizia. L’incapacità delle autorità di dare delle risposte sensate alle domande, ai perché di una violenza così spietata e incompresa, porta le famiglie delle vittime ad una giustizia fai da te. Una soluzione tragica e drammatica che non dà pace, perché scavare tra la sabbia del deserto e trovare le ossa e i vestiti delle loro donne aumenta l’inquietudine e la voglia di giustizia. La mancanza di una registrazione adeguata delle circostanze delle morti evidenzia tutti gli aspetti negativi del governo, che si rifiuta di riconoscere la reale dimensione di questo femminicidio. Un ex membro del Servizio Giuridico di Ciudad Juàrez ha confessato che: “Nei casi di violenza sessuale non sono state fatte tutte le dovute analisi sui residui organici. Tutto ciò è frustrante perché si nega l’evidenza e si occultano le prove.”

Cecilia Covarrubias, 16 anni, sparì a Ciudad Juarez il 14 novembre del 1995. Il suo corpo fu trovato due giorni dopo a Loma Blanca, una zona desertica alle porte della città. Anche se con l’autopsia le autorità trovarono tracce chiare di violenza sessuale, dichiararono che si trattava di morte violenta dovuta ad un colpo di arma da fuoco. Un comune omicidio.

Recentemente il numero dei ritrovamenti è diminuito ma è probabile che l’attenzione internazionale abbia indotto questi criminali a sbarazzarsi dei cadaveri in modi più definitivi, sciogliendoli in un liquido composto di acidi e calce viva. Quel che conta è cancellare. Rendere vano perfino il racconto di questa terribile storia. Amnesty International e altre Organizzazioni non governative, da oltre un decennio hanno dato il via ad una campagna per attirare l’attenzione mondiale sugli omicidi seriali di donne in Messico e chiedono alle autorità messicane di fermare immediatamente questi crimini. Non vogliono lasciare da sole le associazioni di donne e madri delle vittime, che ogni giorno rischiano la vita per la loro attività. Tutto quello che succede a Ciudad Juàrez è un insulto ai diritti umani, è vergognoso e grottesco.

Juàrez dove vige la legge della violenza. Juàrez e le sue lunghe notti a luci rosse. Juàrez e le bande di narcotrafficanti. Juàrez e il legame malsano tra polizia e assassini. Juàrez è l’ultima tappa prima di raggiungere il verde sogno del dollaro. Juàrez…è notte laggiù…e una ragazza non tornerà a casa. Juàrez…è mattina laggiù…e una madre troverà il letto vuoto della figlia. Juàrez…un grido invano si alza dalla sabbia, dall’oblio del deserto: Ni una màs…mai più una!