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Genitori veri e la sindrome della famiglia perfetta Stampa l'articolo
Scritto da Tiziana   
Lunedì 04 Gennaio 2010 11:53
Si tratta di un pezzo scritto da Rosa, una nostra iscritta, donna disabile e madre di un figlio autistico.

Ho aspettato a lungo prima di scrivere questa riflessione.
Una di quelle storie di cui i giornali ed i telegiornali hanno parlato nella cronaca in cinque minuti, dimenticandola in fretta, visto che era scomoda.
L'ennesima storiaccia, non la prima, e temo non l'unica, che riguarda un genitore ed un figlio disabile.
In questo caso, un padre, dopo avere atteso invano un aiuto, ha ucciso suo figlio, grave autistico, di ventisette anni.
Poi ha preso il suo cadavere, e si è consegnato alla polizia.

Fin qui, la cronaca nuda e cruda, che si è conclusa con la scarcerazione dell'uomo, che non è un pericolo sociale, e che è duramente provato dal rimorso e dal dolore, secondo il giudice.

La tentazione iniziale, quel padre è un mostro, dovrebbero buttar via la chiave...
Come si può uccidere il proprio figlio? Sono sicura che la maggioranza delle famiglie di genitori con figli nella norma, si è espressa in questi termini.
Me lo immagino, una famiglia media, con figlio, magari della stessa età, sposato o in attesa di impiego, compostamente seduto a tavola pranzando, la madre ed il padre che se lo guardano e fanno: come si può uccidere il proprio figlio?

Poi, cara famiglia del mulino bianco, poi ci siamo noi.
Le mamme di bambini con problemi generalizzati dello sviluppo, autistici più o meno conclamati, più o meno gravi, le cui sfumature mediche ora non interessano questa riflessione, ed i loro padri.

Noi abbiamo ascoltato questa storia, mentre il figlio, quel giorno nervoso, ci tirava addosso la scodella della colazione.
O ci sputava contro, dicendoci invettive.
Sappiamo che ci aspettano anni come quelli vissuti dal padre di quel ragazzo.
Anni in cui, a momenti radi con figli che ci abbracciano, quando ci abbracciano, dicendo ti voglio bene, quelli che possono parlare, come mio figlio, a momenti, più o meno intensi in cui nostro figlio è una creatura sconosciuta, che ci maltratta, che ci picchia, che ci fa impazzire.

Con uno Stato che, nella migliore delle ipotesi, dopo i diciotto anni fornisce una assistenza che nelle feste viene dimezzata (sissignori, dimezzata, come se le feste, per i genitori con problemi, non esistessero), non certo sufficiente a coprire le lunghe ore della giornata in cui anche stanchi morti, con l'influenza, con il mal di testa, con, come me, una patologia a nostra volta, dobbiamo occuparci di un figlio le cui reazioni ci sono ignote.

Genitori veri contro l'utopia di una famiglia perfetta, io e mio marito ci siamo spesso sentiti tremendamente soli, eppure abbiamo l'un l'altro.

Nessuno dei tradizionali strumenti di crescita di gruppo, come oratori e scout, funziona davvero nel caso dei nostri figli, sempre ammesso che li prendano in questi gruppi.

Le famiglie capiscono e no, spesso fornendo consigli che hanno funzionato nel caso dei loro figli normali.
I vicini e coloro che ci circondano, fanno finta di non capire, spesso addirittura giudicano, quando ti sentono urlare.

Eppure mio figlio è uno dei migliori.
Dopo le crisi, chiede scusa, e a volte è quasi normale, simpatico, comunicativo.
Ma le ferite del momento in cui ti picchia, urlante, come se tu fossi una nemica, come se suo padre fosse un nemico, sono scolpite a fuoco nel mio animo, e in quello di mio marito.
Non appartengono al mondo della normalità, ma a quel mondo alternativo dove noi, famiglia vera senza speranza di illusione, viviamo.

Come deve essere stata la vita di quel padre, solo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, con un figlio che magari non parlava, che lo considerava solo un frammento di quel mondo incomprensibile e pieno di sofferenza che è il nostro, per loro.

Chiudo gli occhi, e io, si , riesco ad immaginarmela, e riesco a vedere il suo inferno, mentre accende la televisione su una pubblicità con il figlio che lui non ha mai visto, che nella realtà non esiste per nessuno, ma che un genitore con un figlio non autistico può almeno avere avuto l'illusione di possedere.

Intanto il figlio di là si sveglia, e urla.

Il padre cerca di dargli la colazione, ma quella di oggi è una gironata no, il figlio urla, gli sputa in faccia.
Non ne vuole sapere.
Lo picchia, con quelle sue mani ormai forti di uomo, senza pietà e senza ricordo, e l'uomo sente qualcosa di nero salire nella sua mente, mentre prende la corda e stringe.
Tutto è nero, non c'è più nulla, orribile la solitudine dei due uomini.
Uno, colpevole di avere dato la vita ad un figlio "diverso".
L'altro, colpevole di essere nato.

E nella lotta tremenda una vittima ne uccide un'altra, un prigioniero di questo mondo alternativo in cui la società ci getta, uccide l'altro perché la prigionia uccide dentro, e allora, finalmente, la società si accorge di lui.
Del genitore vero, che si staglia contro quello del mulino bianco, e urla, alla polizia, o forse parla, stremato, con il figlio in macchina, "Ho ucciso mio figlio!!"

E io, e noi, non giudichiamo, né per condannare né per assolvere.

Con lui ci sediamo, e piangiamo insieme.


Rosa Mauro