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Amnesty International 
IO PRETENDO DIGNITÀ
Sciopero generale il primo marzo Stampa l'articolo
Scritto da Administrator   
Lunedì 18 Gennaio 2010 09:45
Salve amiche,

vi giro questo messaggio, e lo giro con orgoglio, poichè sono protagoniste le donne, infatti hanno sentito il dovere di essere in prima linea, rispetto ad una vergogna tutta italiana.

Siamo di fronte ad una situazione gravissima che, se dovesse persistere, non si sa dove ci può portare, si tratta comunque di un pericolo imminente che va scongiurato e per il quale le parole non bastano, occorre agire presto per disinnescare tutto l'odio che, questo governo irresponsabile, ha prodotto.
Dopo avere innescato odio, rancore e intolleranza, ci vuole coraggio a fare proclami d'amore!
Ci troviamo di fronte ad una bomba sociale che, da un momento all'altro, può scoppiare in una vera guerra civile.
"Sull'immigrazione l'Italia ha imboccato una strada cieca e pericolosa. I fatti di Rosarno dimostrano ancora una volta che il rifiuto da una parte di riconoscere la realtà dell'immigrazione e dall'altra di promuovere la regolarizzazione di chi vive e lavora in Italia, alimentano razzismo, violenza e sfruttamento.
Le violenze razziste di chi spara sui lavoratori immigrati evocano scenari inquietanti e chiamano il governo, il parlamento, le forze sociali e la società civile ad assumersi le loro responsabilità, ciascuno per la propria parte e le proprie competenze.
Occorre ribadire il primato della dignità umana e dell'integrazione all'interno di una società che deve riconoscere diritti e doveri di chi vive e lavora nel nostro paese.

"Un immigrato è un essere umano - differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita".
La violenza - non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà". Anche la mafia, la 'ndrangheta che oggi è ancora padrona in questo territorio non può essere sconfitta solo con misure di polizia, ma con una grande azione sociale e di responsabilità comune.
E il primo marzo sciopero generale (organizzato su internet).

"Vediamo cosa succede se per un giorno noi non lavoriamo".
Sono le antiche parole del movimento operaio, quelle che prima o poi vengono in mente ai poveri stanchi di prendere bastonate. Adesso, sono gli immigrati a dirlo. I primi di loro cominciano a organizzarsi. Diamogli una mano.

Sarà il primo marzo il primo sciopero organizzato in internet in Italia.
Sarà uno sciopero importante, uno sciopero che non s'era visto prima e che però era nell'aria da diversi anni: lo sciopero dei lavoratori immigrati.
"Ventiquattr'ore senza di noi", l'hanno chiamato le promotrici. Di cui bisogna subito dare i nomi, che probabilmente resteranno nella storia: Stefania Ragusa, Daimarely Quintero, Nelly Diop e Cristina Seynabou Sebastiani: secondo le mummie una "italiana" e tre "straniere", in realtà quattro italiane nuove, di cui non conta più tanto la razza e il nome: come in America, per capirci.

"La società vive col lavoro di migliaia di stranieri. L'Italia collasserebbe subito senza di loro. E'venuto il momento di farlo capire a tutti. Vediamo che cosa succede se per un giorno noi non lavoriamo". Non è un'idea originale, d'accordo. E' semplicemente l'idea del vecchio socialismo, del movimento operaio. Allora ha funzionato.

Migliaia e migliaia di iscritti su Facebook ("Primo marzo 2010"), comitati locali dappertutto, un primo coordinamento nazionale. Come i Viola (e prima ancora il Rita Express), ma più preciso e più mirato. Tre anni dal Rita Express, un paio di mesi dai Viola. Le cose vanno in fretta, di questi tempi.

"Certo, non molti lavoratori immigrati hanno internete; ma li contatteremo lo stesso; e molti ufficialmente non lavorano, o sono in nero, o non possono permettersi di alzare la voce; ma penseremo anche a loro. Anche uno sciopero degli acquisti può servire.

Che altro? Aiutiamoli - ma c'è bisogno di dirlo? - con tutte le nostre forze e con tutto il cuore.

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Già, e poi dovremmo parlare degli altri, dei poveri "italiani" selvaggi (a Rosarno come a Verona), di quelli che ormai non sono più italiani da un pezzo ma semplice white trash, come in Alabama. Non abbiamo molto da dirgli, salvo che ci dispiace per loro, e che ci vergognamo per loro, ma che non intendiamo assolutamente pagare per loro, sprofondare nella cloaca insieme a loro. Non sono più calabresi, non siciliani, non sono affatto, non sono niente. Sono solo una povera morchia umana, la vittima più vittima del razzismo (gli schiavi si liberano, ma chi si crede padrone non si libera mai), che ormai costituisce una zavorra per il Paese.

Questa zavorra, questo dieci per cento del paese, ha un suo governo ufficiale e un suo governo di fatto. Quest'ultimo, è evidentissimo, si chiama mafia, 'ndrangheta e camorra. Non può essere più combattuto con mezzi normali.

Il governo ufficiale vorrebbe rozzamente servirsene, ma ne viene usato.
La 'ndrangheta che prende in mano il potere, che esercita funzioni di polizia, che indice i pogrom (l'aveva già fatto la camorra a Napoli, contro i rom: e col plauso di Bossi) non può essere combattuta con mezzi democratici.
Finché si scherza si scherza, ma ora si è davvero andati troppo oltre.

E' bene che il governo vi rifletta, perché la corda è stata tirata abbastanza. O si ricostituisce un governo, o si fa appello ai paesi civili (Rosarno povrebbe essere presidiata dalle forze dell'Onu, come l'Uganda), o gli italiani prenderanno in mano la situazione.

Le parole "italiani" e "patria", che noi usiamo raramente e con pudore, cominciano a chiedere prepotentemente d'essere pronunciate e messe in pratica, come nel '43. Beppe Sini, in queste ultime pagine, parla di insurrezione e, da buon pacifista, aggiunge "nonviolenta": ma non tutti possono essere sempre pacifisti.

Per intanto chiediamo a quanti hanno funzioni di responsabilità civile e militare - funzioni che hanno assunto con giuramento - di riflettere profondamente su quel che è oggi, e quel che potrebbe essere domani, il loro dovere di cittadini fedeli all'Italia e al giuramento prestato.

Riccardo Orioles